Che cosa vuol dire essere asessuali?

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Si apre con il tema dell’asessualità, una serie di articoli dedicati a vari aspetti della sessualità, per capirci e capire gli altri.

Abbiamo chiesto di chiarirci le idee ad Alice, dell’associazione Arcigay di Milano, che si è gentilmente prestata a spiegarci qualcosa in più, dopo qualche nostro strafalcione  si intende, come chiamare “asessuati” gli “asessuali”, ad esempio.

“Che cosa si intende per asessualità?”

“L’asessualità è un orientamento sessuale, ossia una normale variazione della sessualità umana/animale. Un asessuale è una persona che non prova attrazione sessuale. Questo però non significa non poter provare attrazione romantica/affettiva verso persone del genere opposto (asessuali etero-romantici), dello stesso genere (omo-romantici), di entrambi i generi (bi-romantici) ecc ecc. Di conseguenza gli asessuali hanno relazioni amorose come tutti gli altri.”
“Molte persone credono che essere asessuati voglia dire non praticare sesso o non avere eccitazione sessuale, si confondono varie cose, come appunto la libido, la castità, l’astinenza e tanto altro. Puoi fare un po’ di chiarezza su questi termini?

“Come già dicevi tu, spesso si fa confusione fra attrazione sessuale e altre cose. L’attrazione sessuale è quella spinta che si prova nei confronti di un altro individuo che ti fa voler avere rapporti sessuali con lui/lei. La libido è la forza generica che ci spinge a provare piacere, ma non è direzionata verso un individuo specifico. Mentre gli asessuali non provano attrazione sessuale, possono avere una libido , in diversi gradi, come tutti. La libido è una forza che varia molto nella vita umana, addirittura di mese in mese! Ti faccio un esempio pratico: un asessuale non incontrerà mai una persona verso cui sarà attratto sessualmente, ma può tranquillamente praticare la masturbazione in quanto attività piacevole.  Detto tutto questo, è abbastanza semplice vedere la differenza fra asessualità e castità/astinenza: l’asessualità è un orientamento sessuale, naturale e innato e non dipende da una scelta; al contrario la castità/astinenza sono scelte di vita personali che si fanno per i più svariati motivi. Inoltre un asessuale non è necessariamente casto: fisiologicamente funziona tutto, quindi una persona asessuale può consapevolmente intraprendere dei rapporti sessuali in quanto il sesso rimane un’attività piacevole. Quindi, un asessuale non prova attrazione sessuale. Tuttavia nella nostra comunità ci sono anche persone che provano attrazione sessuale in maniera statisticamente poco frequente (asessuali “grigi”), e persone che la provano solo a seguito di un forte legame emotivo (demisessuali). Si tratta di persone “a cavallo” fra il nostro orientamento sessuale e altri ma che si rispecchiano di più nella comunità asessuale piuttosto che in altre.
Secondo te esistono delle forma di discriminazione dovute anche alla scarsa informazione che si fa?
Purtroppo la discriminazione verso gli asessuali c’è, è molto presente. Si parte dal bullismo scolastico, al mobbing lavorativo fino addirittura ai cosiddetti “strupri correttivi”. Dal punto di vista dei diritti civili inoltre, le persone asessuali, che come dicevamo prima, possono formare coppie dello stesso sesso, si vedono negate matrimonio egualitario, adozioni ecc. al pari delle persone omosessuali.

Cosa si dovrebbe fare per informare al meglio?  Cosa si può fare attivamente e concretamente per evitare discriminazioni?”

Sicuramente una corretta informazione è il primo passo verso un miglioramento della società e dell’attitudine delle persone nei nostri confronti e questa è una delle missioni principali che ci siamo posti come Gruppo di Arcigay Milano. Un altro dei nostri punti principali è quello di fornire un luogo accogliente e sicuro per le persone asessuali per ritrovarsi e per chiedere aiuto ove sia necessario.

Una persona che crede di essere asessuale, cosa può fare per capirsi e capire meglio?

A volte succede che ci siano persone “in cerca” di una definizione da darsi, che pensano o sospettano di essere asessuali ma magari non ne sono certi: il mio consiglio è sempre quello di esplorarsi, di informarsi, senza fretta! ognuno di noi ha i propri tempi, prima o poi la risposta arriverà. E qualunque essa sia andrà benissimo 

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Quando i pidocchi vanno all’università

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Volevo raccontarvi una cosa che mi è successa, qualcosa di non troppo particolare o eccezionale, sia chiaro. Qualcosa che mi ha fatto tornare in mente dieci anni fa.

Dieci anni fa io avevo quattordici anni, non mi curavo particolarmente delle cose attorno a me e soprattutto la Serena degli anni 2000 era una stronza, anzi una Stronza, con la esse maiuscola, perché qua si deve essere precisi e dire quello che si deve dire. Ero una stronza con la esse maiuscola, quella che ti auguri di non partorire mai, l’incubo di ogni ragazzina sensibile, una che fece piangere una professoressa stremata e umiliata perché aveva osato sbagliare un complemento. Vabbè , insomma, abbiamo capito il personaggio? Bene, questa premessa per farvi capire bene perché proprio oggi mi sono ricordata di S., una ragazzetta della mia età, bassina, piuttosto silenziosa che un bel giorno si beccò i pidocchi. Anatema!

“Non ti lavi!”, “Che schifo” , “Stammi lontana”, “Che vergogna”, “Vedi? Quella ha preso i pidocchi!”

Io ero una di quelle che non si faceva nessuno scrupolo a dire cose del genere, anzi, cara S., se un giorno dovessi leggere il mio inutilissimo blog, ti prego di perdonarmi.

Ora qualcuno dirà “Ma quindi? Che ce frega di questo ricordo di gioventù andata?” Niente, questa sarebbe la risposta, se non fosse che cose simili accadono oggi, dieci anni dopo, in un’università.

In un poco ameno pomeriggio noto un post su Facebook :”Nella nostra università alcune persone hanno i pidocchi, state attenti”, niente di più sano, bisogna stare attenti e bisogna controllarsi. Se non avessi letto i commenti, se non lo avessi fatto, avrei pensato a come siamo fortunati a scambiarci info tramite Facebook, noi maturissimi universitari!

“E’ incredibile”, “non ci posso credere”, “ma che schifo”, ” se sai di avere i pidocchi perché vieni a lezione?”, “Ma chi è quello schifoso che non si lava?” e via dicendo. Insomma qualche commento degenerato lo si doveva leggere no?

Addirittura siamo simpaticoni noi studiosi, ci tagghiamo i nostri amici su questo post e scriviamo: “We bello, potevi anche lavarti ogni tanto eh”.

Non siamo contenti, noi maturissimi studenti universitari, facciamo di più, di più di quella Serena degli anni 2000, lo scriviamo su Facebook

“ma non credo che qualcuno scriverà di avere i pidocchi”

“siamo tornati a metterci l’aceto nei capelli”

Ora, io che magari stronza come dieci anni fa non lo sono più, però sono un pochino rompiballe commento tipo :” Ragazzi meno male che studiate comunicazione, ci sono anche altri modi di dire le cose, sono pidocchi dai”.

No, la tranquillità è rotta, il gregge, il” gruppo del monte” ha detto “No”.

“Sdrammatizziamo”, “Facciamoci una risata” poi d’un tratto si sono dimenticati dei pidocchi, si concentrano su di me :“Ma tu frequenti?”, “Meglio che sto zitta và”, “Ma perché tu cosa fai medicina che parli tanto?”, “Se tu non frequenti non sono affari tuoi”, “stai facendo polemica inutile”. 

Mi defilo, saluto e vado via.

Però questa cosa mi ha fatto pensare a dieci anni fa, quando insieme al mio gruppetto di  quattordicenni, prendevamo per il culo quella povera S. che si prese i pidocchi.

Oggi sono cambiati i mezzi, di certo lo sfottò non è così esplicito, lo si legge un pò lì tra le righe e intanto io, forse esagerando, penso a quel poveretto che ha dovuto leggere quei commenti ed è dovuto stare zitto, si è sentito uno sporcaccione forse, un po’ come S. ai nostri tempi, avrà pensato “Vabbè se adesso dico qualcosa mi linciano, sono in gruppo, meglio stare zitti”.

Dopo poco mi arriva un messaggio in privato, lo leggo in ritardo:” Ciao, io sono una di quelle che ha preso i pidocchi, non mi pareva di dovermene vergognare e invece sì, nel mio corso la gente mi prende chiaramente per il culo ma io non sono sporca“.

Lo leggo in ritardo, avrei voluto chiederle di pubblicarlo sul gruppo, di dire qualcosa ma nulla, mi blocca. I pidocchi sono arrivati all’università e in dieci anni chi doveva cambiare, forse, non è cambiato poi molto.

 

 

“Quando le banshee piangono”

Parte Uno

“Telefono blu”

Sono una bambina felice io, possiedo un telefono blu e con questo io chiamo tutti.

A volte lo uso più spesso però, tipo quando la mia mamma è malata. La mia mamma ha una malattia, non so pronunciarla bene, lei dice che una bambina come me non dovrebbe curarsi di certe cose. Allora quando le chiedo qualcosa, lei non mi guarda più e si arrabbia, così che io ho imparato a non fare domande, a fare silenzio anche, perchè spesso la mia mamma ha mal di testa. Quando ha le “micranee” dice che la testa le scoppia, dice che quando le vengono devo stare zitta e fare la signorina grande.

A volte faccio la signorina grande, anche se ho solo sei anni, ormai posso usare un telefono. Quando la mia mamma ha delle crisi e sta male, prendo il telefono blu e chiamo il dottore, lui corre da lei e la mia mamma torna normale.

La mia mamma è molto buona e bella, anche ora che ha in mano il coltello, anche ora che vuole farmi male, la mia mamma resta molto bella.

E io non ho il mio telefono blu.

REVENGE PORN: porno+grafia=prostituta+disegno=disegno di prostituta.

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“Ragazze e piante” Karin Szekessy

Mi ricordo quando ci fu Galileo e Giovanna D’Arco ero presente in piazza, provano un immenso piacere, mi sentivo bene a vedere come si muore…

sono di un’altra razza”

S.Bersani “Cattiva”

A voi è mai capitata di fare una cattiveria? Una di quelle cattiverie tipo dire qualcosa su qualcuno per farlo sentire male? A me è successo, ero adolescente, ero cattiva e oggi chiedo scusa, per quanto possa valere.

Sì perché, riflettevo un po’, su parole come “dignità”, “onore”, “reputazione”, “decenza” e “pornografia”. Che parole stupide! Sapete cosa vuol dire “pornografia”? Dovrebbe essere una parola greca che tradotta e scomposta sarebbe più o meno “rappresentazione grafica di prostitute”.

PORNO

PROSTITUTE

TROIA

PUTTANA

TE LA SEI CERCATA

MUORI

PORNO

Questa è l’associazione mentale legata invece al Revenge Porn, che non è altro che il “porno per vendetta”, cioè l’immissione di video o foto su internet di contenuto pornografico, senza il permesso del protagonista. Ma le parole sono stupide, semplici e tanto cattive. In Italia non siamo da meno, facciamo i “revenge porn” e ce ne vantiamo, li commentiamo con cose tipo “Guarda, mezza tetta di fuori!”, li condividiamo e poi ce ne scordiamo, siamo protetti da uno schermo , da pixel, da un Pc , ci sentiamo al sicuro, ci trinceriamo come soldati che aprono bocca e sparano. E di nuovo partono le parole in associazione:

PORNO

PROSTITUTE

TROIA

PUTTANA

TE LA SEI CERCATA

MUORI

PORNO

Siamo su un altare di pixel, un tribunale morale e la giuria esprime il verdetto. Ma ancora ci sfugge che Internet non è un’entità astratta, Internet siamo noi, Internet è la società e dietro uno schermo c’è una PERSONA. Quanto ci vuole per scrivere un commento? Pochissimo. Quanto ci vuole per distruggere una PERSONA? Pochissimo. Quanto ci vuole per riflettere su quello che si sta facendo? Pochissimo.

Curioso come ci sia ancora il tabù del sesso femminile, curioso come “pornografia”, voglia dire “Rappresentazione di prostituta”, quindi di una donna. Sì perchè, il Revenge Porn ha un senso se colpisce. Di chi ridereste in un filmato sessuale? Chi insultereste? L’uomo o la donna? La donna naturalmente, l’uomo apparirà un enorme figo mentre la donna sarà la protagonista indiscussa della pornografia.

Buffo tutto ciò, no?

Ora mi chiedo, visto che pornografia vuol dire “rappresentazione di prostituta”, chi è la vera prostituta? Cos’è davvero porno? Cos’è davvero indecente?

Siamo noi le vere prostitute, i veri porno, i davvero indecenti, tutti noi lo siamo, ogni volta che premiamo pochi tasti e ci ergiamo a tribunale morale, dietro una graziosa trincea di pixel.

Epilogo “Sento, dunque sono”

Epilogo “Il giorno in cui ho sentito”

Fu così che ricordai tutto, fu così che l’erba si fece verde e Duo pareva più contenta. Quel giorno ho sentito davvero la sensazione dell’erba sotto la pelle, ho visto gli insetti che camminavano sul terreno e non mi sono rattristata neanche quando ho realizzato di non essermi mai sentita così felice. Così quelle che chiamavo “urgenze” sono diventate solo “sensazioni”, ho capito che “Cogito Ergo Sum” è una stronzata, non è vero che” penso dunque sono” perché anche i computer “pensano” a loro modo,  ma non esistono, non sentono davvero. Fino a quel momento non avevo mai sentito davvero una sensazione e il colmo è proprio che ho iniziato a vivere il giorno in cui sono morta.

“Sento, dunque sono” P.8

P. 8 “Il giorno in cui sono nata” 

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-Allora? Non vieni a giocare?-

-Duo? Ma sei ancora quì? Non vai in paradiso?-

-Ma quale paradiso? Io non so neanche cos’è sto paradiso!-

Fece un attimo di pausa e poi riprese – Dai, corri! Vieni a giocare con l’erba!-.

Così corremmo tutto il giorno, mi sentivo viva anche se ero morta, mi sentivo una bambina nata per la prima volta. Io ero nata ma Duo no, lei era rimasta tra i fili d’erba secca con me, nel luogo dell’incidente.

Mi ricordai di quando mia madre mi portava a giocare al parco, prima che conoscesse l’uomo del quale si sarebbe innamorata. Il padre di Duo e il mio mostro nero!

Duo interruppe i miei pensieri: “Perché sei triste? Guarda l’erba, è diventata verdissima!” . Era proprio così, tutto sembrava più vivido e l’erba secca non dava più fastidio alla pelle.

“Il rimbalzo del gatto morto”- Giuseppe Siino

Collaborazione con “Recensione per Esordienti”

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Il titolo preso in prestito dal gergo finanziario, venti capitoli di originalità, genuinità, uno stile carsico e una sorta di ibrido.

Giuseppe Siino scrive di Roberto e Camilla, del loro incontro e di quella cosa conosciuta come “sfiga”. Camilla riesce a portare l’uomo all’interno del mondo della borsa e una decisione incauta porterò Roberto a perdere tutto. Quì si intersecano vari personaggi, tutti approfonditi e connotati da particolarismi,  da quel linguaggio suggestivo che tanto si ricerca e un finale incisivo che sorprende.

Sfumature di vita e un rebus del caso mai banale, un insieme di righe che trascende il libro e entra dentro per toccare qualcosa di più profondo.

Non solo consigliato ma amato!

“Sento, dunque sono”P.7

“Il giorno in cui Duo è andata via”

 

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“Che fine ha fatto Baby Jane” ,1963

 

 

 

 

“Questo vuol dire aborto? Buttare i test per le mamme nei cestini?”

“Duo, dove hai sentito questa parola?” chiesi stupita.

“Cestini?”

“No, aborto. Dove hai imparato questa parola?”

“Una dottoressa parlava a tua madre di questo e usava questa parola. Cosa vuol dire?”.

Come spesso succedeva, non sapevo cosa rispondere a Duo, ci pensai un po’ e poi le risposi a fatica:”Aborto è quando una persona o il caso, decidono di farti nascere un’altra volta”.

Duo non aveva urgenze, pareva ammutolita e la cosa mi incuriosì, disse solo :”Capisco”.

Capiva.

Mi incuriosì non averle fatto la domanda più semplice che potesse venirmi in mente. “Chi era la tua mamma, Duo?” . Vidi Duo rincuorarsi e ricominciare a prendere fiato, pareva dovesse dichiarare un qualcosa di vitale importanza.

“Sai, credo che quando dai un nome a una cosa o ad una persona , diventi un po’ la mamma di questa cosa o persona. Capisci?”

Capivo finalmente anche io. Duo era morta “il giorno in cui sono morta”, perché lei non è mai nata , Duo è morta con me perché era con me, dentro la mia pancia.

Quella bambina bionda che avevo soprannominato “Duo”, pareva diversa e aveva riacquistato quell’aria indeterminata senza tempo. Ancora una volta le si presentò un’urgenza. “Credo di dover andare” dichiarò sorridendo.

Si allontanò con andatura composta e io non dissi nulla.

“Come Jennifer Lopez, ma al contrario”

giovanni

Collaborazione con  “Recensioni per esordienti” https://www.facebook.com/Recensioni-per-esordienti-441461756029164/?fref=ts

http://www.recensioniperesordienti.it

Michele è un uomo di successo, vive in quella  Milano ricca e fastosa dove cose come il divorzio, sono investimenti economici veri e propri. Per questo fa il divorce planner, accompagnandosi con un’equipe di psicologi, avvocati e personal shopper , aiuta a superare al meglio questo processo di transizione.

Copertina evocativa, linguaggio giovanile , un titolo frizzante e qualche richiamo a Moccia e Muccino, fanno di questo romanzo un ottimo modo per passare del tempo e riflettere su aspetti più o meno leggeri.   All’inizio non ho provato particolare simpatia per il protagonista Michele, tutto preso da sessismo , stereotipi, un certo “snobisme” e un profondo astio verso gli studenti di Scienze della Comunicazione o verso i poveri stagisti del settore. Un uomo profondamente immaturo nei sentimenti, quasi anaffettivo e che a poco a poco si lascia andare ad una sorta di apatia. Non è un protagonista, appare essere un antagonista di sé stesso. Andando avanti con le pagine ci si affeziona a quel protagonista negativo, pieno di sfaccettature e di rimpianti. Un libro per scavare dentro Michele, le sue donne e anche un po’ verso sé stessi.

Consiglierei questo libro ma non vorrei andare troppo avanti e spoilerarvi tutto, per cui non mi resta che augurare buona lettura!

“Sono tutti uguali quelli lì?” . Risponde Shady Hamadi

hamadi-680x455Ho creato due questionari brevissimi in cui volevo capire meglio come una parte della società vedesse la religione islamica. Alcune di queste domande le ho poste a Shady Hamadi, scrittore, blogger e collaboratore de “Il Fatto Quotidiano”. Questo è quello che ci siamo detti, mentre i dati analizzati dei due questionari, saranno presto pronti.

In un post su Facebook ho letto un suo intervento, raccontava di come una signora qualunque dicesse :” Sono tutti uguali quelli lì”. Ma quelli chi? I terroristi? I musulmani? I predicatori? Chi?

Chiaramente intendo i musulmani. Per molti, come per la signora, è scomparsa qualsiasi differenza. Esiste una visione omologante dell’Islam: tutti con la barba o il velo, in cui tutti gli “Altri” potrebbero essere complici dei fondamentalisti. Questo è frutto degli stereotipi, di una visione dell’Islam fai da te. La colpa è certamente dell’appiattimento del dibattito cultura e politico, nel senso che ci sono forze populiste che fanno campagna elettorale sulla paura del diverso. A questo, manca una risposta culturale di una classe intellettuale che non c’è

Allora mi è sorta una domanda in particolare, secondo lei gli stereotipi nascono a causa del terrorismo o possiamo considerare la costruzione del consenso e del potere terrorista, come una sorta di conseguenza degli stereotipi?”

Stereotipi e terrorismo sono collegati. All’aumentare della diffidenza verso “l’altro” questo si irrigidisce arroccandosi sulla sua identità e in questo scenario i predicatori dell’odio, i fondamentalisti islamici, fanno proseliti, dicono : avete visto, vi odiano per quello che siete e allora dovete rimarcare la vostra identità, l’islam che quelli odiano. Dall’altra parte, aumenta il consenso degli imprenditori della paura in occidente che fanno leva sulle paure. Quindi, populismo e fondamentalismo sono collegati da un filo sottile che li alimenta a vicenda.

Non crede che una parte di costruzione del terrore, sia guidata dai media occidentali? Se sì, in che modo potrebbero dare potere allo Stato Islamico, almeno sotto l’aspetto culturale?

Per il regime siriano, in generale per quelli arabi, le opposizioni, anche socialiste, laiche, ecc, quelle che si oppongono al sistema repressivo, vengono dipinte come organizzazioni terroristiche. Dal 2011, anno dello scoppio della rivoluzione siriana, l’opposizione e tutti i siriani, la gente comune, che si opponevano sono stti dipinti come terroristi pagati dall’occidente. Questo è stato fatto per far vedere all’Occidente che il governo siriano, per quanto brutale fosse, è meglio tenerlo in quanto laico e perchè, oltre a questo governo, non ci sarebbe alternativa: o noi o il terrorismo, non comprendendo che radicalismo islamico nel mondo arabo è collegato ai regimi, nel senso che è cresciuto e prosperato da quando ci sono questi sistemi autoritari.

Per quanto riguarda l’Europa, credo che bisogna appunto porre le giuste domande: cosa ha spinto migliaia di europei ad andare a combattere in Siria?La risposta la troviamo nella nostra società e nella rappresentazione che facciamo dell’Islam?io penso di si.

Le consiglio di leggere: Covering Islam di Edward Said, grande intellettuale palestinese, naturalizzato americano. Spiega bene il tema della banalizzazione dell’Islam. Per un inquadramento di questa religione: Alessandro Bausani, Islam, GARZANTI